Il capitalismo si deve legittimare come credo religioso

L'economia europea attraversa un periodo di espansione economica dal 1850 al 1873. In Francia la rivoluzione industriale, nelle sue linee essenziali, si conclude nel '48, In Inghilterra negli anni '30, in Germania negli anni '50. L'industria dominante è quella tessile, ma cominciano a svilupparsi quella pesante, mineraria e del ferro (soprattutto per la costruzione di ferrovie). Lo sfruttamento delle colonie è primitivo. Nel 1873 c'è il primo crack mondiale, con la conseguente depressione, che dura, nel complesso, sino al 1895. Dopo il 1895 si ha la ripresa industriale in cui si rafforza il processo di concentrazione produttiva, i monopoli assumono un ruolo decisivo nella vita economica e il capitalismo industriale si trasforma in imperialismo. L'industria pesante si sviluppa più rapidamente di quella dei beni di consumo: la siderurgia, la metalmeccanica, la mineraria più rapidamente del tessile e dell'industria per la lavorazione del legno. Lo sfruttamento delle colonie si modernizza. Si può anzi dire che sia stato il nascere della grande industria meccanica a fare dei capitalisti industriali la forza propulsiva della colonizzazione. Infatti, il rapido aumento della produzione richiedeva la conquista di nuovi mercati per i prodotti di largo consumo. La concorrenza fra i vari paesi capitalisti determina l'esigenza d'importare dalle colonie materia prima a buon mercato. Altre crisi, prima dello scoppio della guerra mondiale, si ebbero nel 1900-1903 e nel 1907-10.
L'inizio dei moderni monopoli, frutto del processo di concentrazione dei mezzi produttivi nelle mani di capitalisti individuali, risale al decennio che va dal 1860 al 1870. In Europa la libera concorrenza, che precede la concentrazione della produzione, è al suo apogeo nel 1860-80. Il passaggio dalla libera concorrenza al monopolio è determinato dal fatto che decine di imprese di dimensioni gigantesche raggiungono più facilmente un accordo di una miriade di imprese di piccole dimensioni. Le varie forme di monopolio sono: cartelli, consorzi, trust e gruppi industriali.
La concentrazione produttiva è determinata dai seguenti fattori: 1) accelerazione del progresso tecnico-scientifico, 2) aumento dei costi connessi alla ricerca scientifica e all'introduzione di nuove tecnologie, 3) aumento della concorrenza sul mercato mondiale, 4) crisi valutarie, energetiche e di materie prime nell'economia mondiale.
I monopoli sorgono dalla concorrenza ma non la eliminano, poiché il processo di monopolizzazione non determina la concentrazione della produzione totale di una qualsiasi merce da parte di un solo monopolio (le eccezioni sono rarissime). La concorrenza continua a manifestarsi fra i monopoli di una nazione e quelli di un'altra, fra i monopoli che producono merci omogenee, tra i vari capitalisti per il controllo di un monopolio (ovvero dei posti-chiave per la sua direzione), tra i monopoli e le imprese non-monopolistiche che producono lo stesso tipo di merce, tra piccole e medie imprese... L'imperialismo, in verità, origina nuove forme di lotta concorrenziale (ad es. fra le più recenti: l'assortimento e la qualità dei prodotti, la pubblicità, le commesse statali, le speculazioni finanziarie connesse all'industria, ia creazione di gruppi di potere occulto che si pongono pro o contro l'approvazione di determinate leggi economiche...).
Quadro generale del Positivismo
Nel decennio che seguì la morte di Hegel il pensiero europeo si caratterizzò, prevalentemente, secondo la corrente del "Positivismo". Come si è detto, le basi storico-sociali del successo di questa corrente vanno ricercate nel fatto che il quadro europeo, aldilà dello scontro in Crimea (1854) e della guerra-lampo tra Prussia e Francia (1870), appare caratterizzato dalla pace e dall'espansione coloniale in Africa e Asia.
Già con le conferenze berlinesi di Schelling nel 1841 si comincia a parlare di "filosofia positiva", cioè fondata sull'esperienza, contro ogni apriorismo e astratto razionalismo, ma Schelling ebbe scarso successo perché era andato a ripescare il concetto di esperienza nella religione e nei miti. In ogni caso la "filosofia positiva" aveva soprattutto di mira la critica della filosofia hegeliana, considerata "negativa" in quanto, colla sua presunta oggettività e totalità, tendeva a negare l'individualità, la diversità, l'unicità e irripetibilità di taluni fenomeni ed esperienze. Il termine "positivo" appare per la prima volta nel Catechismo degli industriali (1822) di Saint-Simon, anche se è con Comte che entra nella terminologia filosofica europea. Alla dialettica hegeliana si contestava soprattutto l'idea che ogni cosa potesse trasformarsi nel suo contrario, nonché la pretesa di conoscere le cose per via speculativa, metafisica, senza addentrarsi nelle loro intrinseche peculiarità.
Il movimento filosofico-culturale del Positivismo nasce in Francia nella prima metà dell'Ottocento e s'impone, a livello europeo e mondiale, nella seconda metà di questo secolo. In Francia il Positivismo non lotta contro l'eredità hegeliana, ma contro quella cartesiana e illuministica. In Germania, oltre allo Schelling che ricevette un esplicito mandato da parte del re Federico Guglielmo IV di soppiantare l'hegelismo, va ricordata anche l'opera filosofico-giuridica di F.J. Stahl, che divenne il portavoce filosofico della monarchia prussiana del 1840. L'anti-hegelismo borghese in Germania, nella veste positivistica, viene espresso anche dalla sociologia di L. von Stein e di M. Weber, benché questi sia poco incline al compromesso della borghesia con gli junkers. In Germania tuttavia l'anti-hegelismo borghese più significativo si presenta sempre sotto forma di "speculazione filosofica" più che in quella sociologica (come in Francia, Inghilterra e USA): si pensi alla riscoperta di Kant nel Neo-criticismo e Storicismo, all'approfondimento dei temi esistenzialistico-fenomenologici in Heidegger, Husserl, ecc, nonché alla corrente irrazionalistica di Nietzsche e Schopenhauer.
Ciò che soprattutto dell'hegelismo non si sopportava, in Germania, era l'idea che in nome della dialettica si potesse considerare superato un determinato sistema politico. Il positivismo fu appunto il tentativo d'impedire un uso rivoluzionario della dialettica. Ovviamente in Francia la questione si poneva in termini più politici che filosofici: qui cioè il positivismo si poneva come compito il tentativo d'impedire che le istituzioni politiche create dalla borghesia rivoluzionaria potessero essere usate dalle masse contro la stessa borghesia. Ovvero, mentre in Francia il positivismo viene usato dalla media e grande borghesia contro la piccola e contro il proletariato; in Germania invece viene usato dal blocco conservatore della grande borghesia e degli junkers, che insieme governavano la nazione.
Il Positivismo in pratica sostiene: 1) la scienza è l'unica conoscenza possibile; il metodo scientifico è l'unico valido; il ricorso a cause/principi inaccessibili al metodo scientifico non dà origine a conoscenza; 2) il metodo scientifico va esteso a tutti i campi che riguardano l'uomo e la società: la creazione più significativa del positivismo è la sociologia; 3) il progresso scientifico viene considerato come determinante in prima e ultima istanza il superamento delle crisi capitalistiche.
Il Positivismo è la risposta ideologica che la borghesia dà alle contraddizioni del proprio sistema nella fase della libera concorrenza: essa cerca di superare l'ottimismo della precedente metafisica idealistica, che era stato contraddetto dalle crisi del sistema, con un nuovo ottimismo, fondato sulla scienza, sulla tecnologia, l'industrializzazione, il capitalismo monopolistico, il colonialismo e l'imperialismo. Il Positivismo non nega i conflitti sociali, ma li relativizza considerandoli parte integrante del sistema. La fiducia che si cerca di alimentare è appunto quella nelle possibilità del progresso scientifico-industriale: il tentativo, in effetti, riuscì, almeno sino alla I G.M., poiché l'espansione mondiale del capitalismo sembrava supplire ai difetti intrinseci del suo modo di produzione.
Il Positivismo quindi sul piano politico è contrario sia al conservatorismo anti-borghese che al rivoluzionarismo socialista e propende per un riformismo graduale nell'ambito del capitalismo monopolistico. Sul piano culturale esso accetta dell'Illuminismo la fiducia nella ragione e nel sapere scientifico, la visione laica/immanentistica della vita, ma rifiuta la carica rivoluzionaria, la forte polemica con il passato aristocratico/feudale. La borghesia dell'Illuminismo era progressista perché in ascesa; la borghesia del Positivismo è progressista solo per quel tanto che contribuisce allo sviluppo tecnico-scientifico e industriale ma è radicalmente anti-rivoluzionaria.
Inoltre la filosofia illuministica lottava contro teologia e metafisica mirando a diventare scientifica (critica) in quanto "filosofia" (non per nulla il problema gnoseologico era centrale); viceversa la filosofia positivistica acquista la sua dignità scientifica solo in quanto accetta di trasformarsi in "scienza" (ad es. in sociologia): in questo senso essa è una risposta alla sfida del materialismo storico-dialettico. In tale assoluta, feticistica valorizzazione della scienza sta il dogma del Positivismo, in cui difficilmente gli illuministi si sarebbero trovati d'accordo. Gli illuministi valorizzavano la scienza in un rapporto dialettico con la filosofia; i positivisti superano ogni discorso filosofico tradizionale in un discorso meramente scientifico (di qui il nesso positivismo/pragmatismo/utilitarismo, che tanta fortuna avrà in USA e Inghilterra).
Naturalmente non si può negare (questa è una delle tesi più originali dell'Abbagnano) che l'atteggiamento così unilateralmente ottimistico dei positivisti nei riguardi della scienza risenta di influssi idealistici non confessi, Cioè a dire, pur nella diversità degli oggetti d'indagine e degli strumenti di ricerca, la filosofia borghese sarebbe rimasta "idealistica" anche nella sua versione positivistica (Abbagnano parla di "romanticismo della scienza": il "romanticismo" è per lui il perimetro in cui si muovono tutte le filosofie dell'Ottocento, con i loro concetti di "totalità processuale necessaria", "sviluppo necessario", "divenire ascendente", ecc.) Tuttavia Abbagnano non arriva a concludere che la filosofia borghese è sempre idealistica in quanto impossibilitata a diventare materialistica, in senso storico-dialettico, ma conclude dicendo che la vera filosofia anti-idealistica è solo quella che tiene conto della singolarità o irriducibilità dell'individuo, cioè l'esistenzialismo. Col che però egli non supera il limite idealistico della filosofia borghese: lo trasferisce soltanto dal mondo oggettivo a quello soggettivo.
Il Positivismo ha influenzato tutta la moderna pedagogia (in Italia la Montessori), le correnti letterarie del Realismo (Francia) e del Verismo (Italia). Abbagnano divide il Positivismo in "sociale" (Saint-Simon, Comte e Mill) e "evoluzionistico" (Spencer, materialisti tedeschi, Ardigò e Cattaneo), mentre Darwin farebbe da spartiacque.

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